Pensarsi vittima ed essere violenta. Storia di una ex stalker

by laglasnost

“Ti amo”, mi dice lui e se ne va. Esce senza far rumore. Non sbatte la porta, non sbuffa, nessun segno di insofferenza. E’ rassegnato, o almeno questa è l’impressione che mi dà. Gli ho appena detto che non voglio più proseguire. Non voglio più stare con lui. Non so se lo amo, gli voglio bene ma nulla di più. Abbiamo trascorso insieme gli ultimi dieci anni e dopo tante discussioni e un lungo momento di crisi in cui non abbiamo mai fatto l’amore, ciascuno di noi ha maturato una consapevolezza diversa. Lui non ce l’ha fatta a dire la parola fine, io invece si. Non dovrebbe sorprenderlo e uscire di casa comunque non vuol dire che abbia accettato la cosa. Ha lasciato tutto qui, in quella che è stata casa nostra negli ultimi sei anni. Ricordo la cura che abbiamo messo nella scelta dei colori, le belle cose che ci facevano sentire bene, appropriandoci di pavimenti e pareti, infissi e rubinetti. In una sola parola: casa.

Dopo qualche giorno mi telefona chiedendomi il permesso di venire a prendere le sue cose. Non vuole incontrarmi, lo farebbe soffrire troppo e non vuole che sia più difficile di quel che è. Gli dico che ovviamente può fare quel che vuole. Andrà quando sono al lavoro. Ha tutto il tempo. Così torno a casa e trovo l’armadio semivuoto, i cassetti senza i suoi profumi, e le narici intercettano un odore, un aroma mai sentito. Non appartiene a lui. E’ venuto a casa mia con qualcuno o con qualcuna. Il profumo è femminile, lo distinguo bene, dunque non era solo. Ecco perché è così sereno. Chissà da quanto tempo andava avanti, alle mie spalle, senza dirmelo. E poi diceva a me che stava soffrendo perché non ci siamo più toccati. Mi fa rabbia non sapere. Non conoscere questa parte di lui. Decido che è il momento, lo chiamo. Chiedo e lui nega. Dice che era assolutamente da solo. Mi sento ridicola. In ogni caso non sono affari miei.

Vado ad aspettarlo all’uscita della ditta per cui lavora. C’è una giovane ragazza che lo aspetta in macchina. Sorride e lui ricambia. Lo vedo salire a bordo e poi scompaiono dietro una curva. Ho un nodo in gola, mi sento piena di contraddizioni. La parte razionale di me dice che dovrei farmene una ragione, lasciarlo in pace. Che cosa mi aspettavo? Di sicuro che non avesse una sostituta pronta in un paio di giorni. L’incoerenza, lo strascico relazionale, non ha avuto rispetto di me. Devo dirglielo. Lo invito a cena, per comunicargli cose importanti. Lui chiede se è il caso e io dico che lo è. Per tutta la sera tento di sedurlo. Lui non mi respinge, anzi. Sento che dipende ancora dalla mia pelle. So come dargli piacere. Io lo conosco. Facciamo sesso sul divano, come se fosse la prima volta. Voglio che si concentri su di me. Non voglio stare con lui ma lui non può stare con nessuna. E’ mio.

E non è vero che sono solo sentimenti maschili. Sono solo sentimenti e basta. Diventano ossessioni, a volte. Il mio imprinting sessuale gli dà una speranza. “Cosa facciamo adesso?”, chiede. E io rispondo che è tutto come prima. Vorrei dirgli che godo nel vederlo speranzoso. Ho vinto la mia battaglia. Non mi ha dimenticato e, anzi, lui vuole me e non quell’altra. Gli dico che potremmo vederci, ogni tanto, per fare sesso, perché nulla ci vieta di farlo. Lui, deciso, mi guarda con disprezzo. “Ho capito… mi vuoi tenere legato a te con il collare lungo… ma io non sono un cane”. Stavolta esce facendo molto rumore. Sbatte la porta e io trascorro due minuti buoni a pensare che sono una stronza. Chi mai farebbe una cosa del genere? Perché questo tira e molla? In effetti è una tortura, e poi ripenso alla metafora del collare. Lui è sempre stato così bravo con le metafore.

Il fatto è che lui è anche stato il mio migliore amico. Il mio riferimento intellettuale. E ora con chi parlo di libri, di notizie, di quello che mi interessa? Improvvisamente capisco: sono sola. Voglio scusarmi, non mi piace che mi ricordi così. Gli mando un messaggio, poi un altro, per giorni lui non dà notizie. Sono tentata di andare a prenderlo al lavoro, ma poi incontrerei quella là. Mi sentirei patetica, di fronte alla coerenza del mio ex compagno. In quella partita giocata a casa mia è lui quello che ha vinto, e ora sa che io sono ancora attratta da lui. Questo gli dà forza. Chissà cosa proverebbe se sapesse che sto con un altro. Mi sento travolta dagli eventi, dalle emozioni. Io che ho sempre teorizzato la maggiore razionalità delle donne. Sono loro, gli uomini, quelli che soffrono di più, quelli deboli, possessivi, paranoici, ossessivi, stalker. Le donne, invece. Invece cosa? A furia di negare la nostra imperfetta umanità abbiamo sepolto la sola possibilità che abbiamo di risolvere, affrontandolo, quel punto vuoto lasciato nel quaderno in cui parliamo delle nostre debolezze.

Sono spinta solo dalle emozioni. Sto soffrendo. Vado in un bar. Lì c’è un cameriere che mi ha sempre guardata in un certo modo. So che ogni tanto, la sera, il mio ex ha l’abitudine di prendere un aperitivo prima di andare a cena. Allora provoco il cameriere e flirto con lui. Di tanto in tanto, tra un servizio e l’altro, si ferma e mi bacia. E’ fatta, mi dice che se l’aspetto dopo il lavoro verrà con me e staremo insieme. Vedo il mio ex entrare con altre persone, allora attiro l’attenzione del cameriere e lo bacio appassionatamente. Mi sento stupida, una ragazzina, ma è il mio modo di farlo soffrire. Voglio ripagarlo con la sua stessa moneta. Il punto è che lui non l’ha fatto apposta, io invece si. E dopo mi sentirò peggio, forse. Chissà come funzionano queste cose. Non lo ricordo più. Il mio ex mi vede, ed è visibilmente contrariato. Non sorride più. Mi guarda e fa una smorfia, come dire “ma che cazzo stai facendo…”. Ma lo dice come se sapesse, anzi, sono sicura che lo sa, perché mi conosce forse meglio di quanto non mi conosca io.

Poi lui va via. Io aspetto un po’ e poi sparisco, lasciando il cameriere con il mio numero e una bugia inventata su due piedi. Quello che sto facendo al mio ex, in poche parole, è molestia. Gli mando altri messaggi, gli chiedo scusa, poi gli chiedo scusa per avergli chiesto scusa, poi gli chiedo di incontrarci, perché ho bisogno di chiarire. Lui accetta, ma ci incontriamo all’aperto, in pubblico, perché se stiamo vicini, così lui dice, poi finisce che facciamo sesso. Dunque ci tiene. Ma la stronza sono sempre io. Mi dice che gli dispiace e che da come mi comporto capisce che sto soffrendo. Dice che non ho il diritto di perseguitarlo e io gli chiedo di quell’altra. “Quale altra?”, dice lui. Così scopre che mi sono appostata a spiarlo, gli confesso che il bacio al cameriere l’ho dato per ingelosirlo. Mi avvicino a lui, tento di prendergli la mano, e lui si scosta e, a voce bassa, mi chiede “ma che cazzo vuoi, si può sapere? ma non ti accorgi che ti stai facendo del male? e lo stai facendo anche a me…”.

Ha perfettamente ragione, ma io non so come gestirla. E nel frattempo spio le sue mosse su facebook. Pare che nel fine settimana parteciperà a quel tale evento. Vedo la foto della tipa che avevo visto con lui quella volta, all’uscita dal suo lavoro. Anche lei partecipa all’evento. Allora provo a vedere quello che scrive sulla sua bacheca ma la gran stronza ha scelto di nascondere le notizie a chi non è sua amica. Allora le chiedo l’amicizia. Cretina che non sono altro. Sicuramente lei sa chi sono e non mi accetterà mai nella sua cerchia. Invece accetta e io comincio a spiare tutti i suoi contenuti per capire quante volte, quanto tempo, che cosa fanno insieme. Non c’è alcuna foto di baci, uscite, interessi comuni. Forse è solo un’amica ma il dubbio mi sta facendo impazzire. Comincio a rispondere in modo allusivamente acido ai suoi status. Lei all’inizio non capisce, poi, probabilmente, lui le dice chi sono e all’improvviso mi bannano, tutti e due. Lui mi butta fuori dalla sua vita virtuale. E ora? Cosa faccio?

Gli mando una mail incazzatissima. Gli dico che non può farmi questo e che ho tutto il diritto di restare in contatto con lui. Non mi risponde. Non mi risponde per giorni e giorni. Il suo telefono è sempre irraggiungibile. Non so se legge le mail. Non posso messaggiarlo su facebook. Mi chiama un’amica comune che dice di avergli parlato e che sa che lo sto perseguitando. Dice che dovrei lasciarlo in pace, per il bene di entrambi, e accenna al fatto che se continuo così lui mi denuncia. “Mi vuole denunciare perché provo a fargli capire che ci tengo?”, e proprio non capisco. Non penso di stargli facendo una violenza. Mi pare che il mio comportamento sia normale. Non l’ho mica picchiato. Queste cose le fanno solo gli uomini. Allora si che noi donne dobbiamo avere paura. Ci ammazzano, ci stuprano, ci perseguitano. E dico a me stessa che io non ho fatto niente di male, neppure quando ho scritto sulla mia bacheca facebook un po’ di status in cui alludo a cose pessime sul mio ex. Poi scrivo qualche messaggio ad amici e amiche chiedendo che prendano posizione. O con me o contro di me. Mi ignorano, giustamente. Tranne uno che mi dice che forse dovrei chiedere aiuto.

Aiuto io? E perché mai? E’ lui che mi sta mettendo contro i miei amici. Racconta un sacco di bugie e sono certa che anche la stronza che mi ha bannato fa la sua parte. A questo punto vorrei che soffrissero, lo dico a me stessa, non ad alta voce. Ma dormo, respiro, vivo male. Incontro, “per caso”, la madre del mio ex. Le parlo come se non fosse cambiato niente e lei è visibilmente a disagio. Poi passano un paio di giorni e ricevo una comunicazione con raccomandata. Il mio ex ha assunto un avvocato e minaccia di denunciarmi per stalking. Mi intima di non cercarlo più, di non molestare amiche e amici e neppure la sua famiglia. Inizialmente rido. Non l’ho mica molestato. Non percepisco quel che faccio come una molestia. Sono solo una donna ancora innamorata, forse, confusa. Non so cosa sto facendo ma se mi desse l’occasione di spiegargli. Ignoro la lettera dell’avvocato. Chiamo la madre del mio ex e le chiedo di dire a lui che voglio incontrarlo per l’ultima volta. Non so cosa gli dirò ma so soltanto che ne ho bisogno e che se lui non accetterà di incontrarmi tutto per me non avrà più senso. Mi sento decisamente male, sola, senza prospettive. Chi amerò? Chi mi amerà come mi ha amata lui?

Il suo avvocato mi informa di aver presentato denuncia documentando la mia lunga attività di stalking. Devo lasciarlo stare. E io mi sento malissimo, vedo solo me stessa. Non me ne frega niente di come si sente lui. Anzi. E’ lui il maledetto egoista. Sto facendo quel che sto facendo a causa sua. Solo a causa sua. Dopo tanti anni trascorsi insieme come può trattarmi così? Allora penso di non avere altra scelta. Tenterò il suicidio così lui non potrà non vedermi e tutto si sistemerà. Mi sento un po’ ridicola, in realtà, ma lo faccio lo stesso. Apro la mia finestra e minaccio di buttarmi di sotto. Piango, disperatamente, urlo cose senza senso, fino a che un vicino non si accorge di me e chiama carabinieri, l’ambulanza. Resto appesa lì ancora un po’. Lo sguardo perso nel vuoto. Voglio morire davvero. Se non lo faccio sarà tutto inutile. Io voglio che lui si senta in colpa. Voglio che soffra. I vigili del fuoco arrivano con le scale posizionate alla mia altezza. Mi lascio salvare e mi trovo così con l’infermiere che mi dà un calmante e da lì mi portano nel più vicino reparto di psichiatria. Faccio in tempo a scrivere un messaggio, breve, al mio ex. “Ho tentato il suicidio. Mi stanno portando all’ospedale xxxxxxx.”.

Ma lui non si fa vivo. Deve essere stato condizionato da quella stronza. L’avvocato forse l’avrà trattenuto. Impossibile che lui non si preoccupi per me. Lo psichiatra scruta la mia espressione. Mi chiede il perché del mio gesto e io gli dico che non lo so. Voglio vedere il mio ex e il mio ex non vuole vedere me. Trascorro una settimana in ospedale. Nulla cambia e nulla è migliorato. Resto in casa, da sola, per qualche settimana. Avevo delle ferie arretrate. Mi merito un periodo di riposo. Le settimane diventano due mesi, per malattia. Sono depressa. Leggo e rileggo molte cose. Mi imbatto in un blog, poi in una pagina facebook, e allora scrivo a una tale Eretica e mi aspetto che lei mi dia ragione. Lei, invece, non è una femminista con il paraocchi. E’ dolce, comprensiva, materna, ma non mi risparmia le sue critiche. Mi dice che non è un prete e non può assolvermi e mi chiede di scrivere la mia storia. Vuole leggerla. E’ interessata a capire di me quello che io posso svelare. E scrivendo mi rendo conto che ho fatto una montagna di cazzate. Mi sento di merda e riesco a dirlo a me stessa perché mi pare che qualcuna mi stia osservando con empatia e umanità. La violenza è una cosa complessa, mi dice, e prima o poi ciascuno di noi deve fare i conti con quel che di noi ci piace meno. Nessuno è migliore dell’altro. Però abbiamo tutti la possibilità di fare del male e dobbiamo tenerne conto.

Eretica mi chiama “stalker”. Lo dice alla prima risposta che mi dà. Non ha peli sulla lingua e parla senza ombra di ostilità. Mi capisce. Capisce le debolezze umane, ed è così raro incontrare una persona così. Tiene a dire che sarebbe stato lo stesso se le avesse scritto il mio ex e le avesse detto di aver fatto quello che ho fatto io. La violenza è una cosa complessa e non possiamo smettere di fare del male se non siamo in grado di percepirla. Sono giorni che io e lei ci scambiamo mail. Oggi mi sono decisa a tirare le conclusioni del nostro dialogo. Quello che ho scritto corrisponde a quello che ho capito di me. A quello che ho capito di lui. Sono severa con me stessa perché devo esserlo per ricominciare. Prima di questo ho telefonato all’avvocato del mio ex. Gli ho detto di fare le mie più sentite scuse al suo cliente e che non farò mai più nulla che possa nuocergli. Lui dice, informalmente, che se mi comporterò bene la cosa non avrà seguito. Ringrazio Eretica e ringrazio chiunque abbia letto questo lungo bilancio. Cercherò di farmi aiutare da un terapeuta. Ricomincerò a vivere. Potrò nuovamente respirare.

Ps: è una storia vera. Grazie a chi l’ha raccontata.

[Non ho fatto niente di eccezionale. Ho letto quello che mi ha scritto ed è lei che ha mostrato consapevolezza di tutto. E’ lei che in tanti mesi, sintetizzati nel suo racconto, ha capito tante cose. L’unica cosa che ho fatto è un po’ di editing al racconto per correggere refusi e qualche errore. Grazie a lei per la fiducia e la stima, ma io non ho il merito di nulla. Eretica, ndb]

tratta da qui

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