Litigi tra marito e moglie: è violenza sui figli

Maltrattamenti in famiglia quando i genitori dei bambini litigano in continuazione sino a creare un danno psicologico.

Se un bambino assiste a un litigio tra genitori ne resta profondamente sconvolto, anche se si tratta di un caso episodico.
Spesso si mette a piangere e coltiva, dentro di sé, paure e insicurezze che si ripercuotono nell’arco di tutta la sua adolescenza.
La violenza non fa parte del mondo dei bambini e il contatto con essa è sempre shoccante.
Lo sa bene la Cassazione che, di recente, ha emesso una sentenza particolarmente interessante.
La pronuncia riconosce l’esistenza di un vero e proprio reato a carico dei genitori che litigano in modo veemente davanti ai propri figli, costringendoli di fatto ad assistere ad aggressioni e a scene eccessivamente “forti” per i loro ingenui occhi.
I minori devono essere protetti da ogni forma di brutalità e maltrattamenti, siano essi attivi o passivi.
Pertanto, secondo i giudici, i litigi tra marito e moglie sono una violenza sui figli. Vediamo meglio quali sono i fondamenti di tale decisione.
Il codice penale prevede il reato di maltrattamenti in famiglia o verso i fanciulli. «Chiunque – recita la norma – maltratta una persona della famiglia, o un minore degli anni quattordici, o una persona sottoposta alla sua autorità, o a lui affidata per ragione di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l’esercizio di una professione o di un’arte, è punito con la reclusione da uno a cinque anni». 
Il concetto di maltrattamento è molto ampio: può consistere in una lesione fisica o psichica, diretta o mediata. In altre parole, non è necessario che il bersaglio dell’aggressione sia il bambino, ben potendolo essere l’altro coniuge o il convivente quando il fanciullo però è nei paraggi ed è in grado di assistere alla scena violenta. L’aggressione del genitore non deve infine necessariamente essere unilaterale (il marito, ad esempio, che maltratta la moglie) ma può anche essere reciproca come nel caso dei litigi.
In tal caso a rispondere del reato saranno sia il padre che la madre, a prescindere poi dalle ragioni in merito al diverbio che, in questo caso, non interessano. I problemi si risolvono in assenza dei minori, eventualmente per strada o in un altro luogo.
È pertanto possibile – dice la giurisprudenza – parlare sia di una «violenza attiva» contro i figli che di una «violenza passiva».
Ciò posto, precisa la Corte, quando la conflittualità tra i genitori coinvolge indirettamente anche i figli «quali involontari spettatori delle feroci liti e dei brutali scontri che si svolgono all’interno delle mura domestiche», è configurabile il delitto di maltrattamenti in famiglia
Lo Stato tutela la famiglia preservando questo luogo da ogni forma di aggressione, violenza e comportamenti vessatori a carico delle persone che ne fanno parte. L’ordinamento scende in difesa della incolumità fisica e psichica soprattutto di coloro che sono più deboli e non possono difendersi come i minori di età. In forza di ciò, la norma del codice penale appena riportata va interpretata fino al punto di ricomprendere ogni forma di «maltrattamento», non solo quello tipico del marito nei confronti della moglie o dei genitori nei confronti dei figli ma anche quello tra genitori che, indirettamente, si ripercuote sui figli. In tale concetto di maltrattamento rientrano non solo le classiche percosse, lesioni, ingiurie, minacce, privazioni ed umiliazioni ma anche gli atti di disprezzo e di offesa della dignità che sfociano in vere e proprie sofferenze morali per la vittima.
Il reato di maltrattamenti si configura anche di fronte ad un’omissione o all’instaurazione di un certo clima di sopraffazione indistinta che si protragga nel tempo creando una sofferenza fisica o morale continuativa per la parte offesa.
Quando le vessazioni sono però episodiche si può parlare del reato di violenza, ma per aversi i maltrattamenti è necessario che vi sia una condotta abituale. 
Passiamo ora ad esaminare il caso dei litigi tra genitori e della conseguente violenza passiva che essi generano – coscientemente o meno – sui figli, inermi spettatori.
In questo caso i comportamenti vessatori, pur non essendo direttamente volti a danno dei minori, li coinvolgono allo stesso modo, rendendoli vittime delle feroci liti e dei brutali scontri fra i genitori che si svolgono all’interno delle mura domestiche.
Ecco perché, anche in questi casi, si può parlare di maltrattamenti in famiglia.
Ma perché scatti questo reato è necessario che le litigate siano continue e abituali, che il clima in famiglia sia ormai contrassegnato da questa costante ferocia. 
Per verificare ciò sarà necessaria un’indagine sui bambini, per accertarsi che questi abbiano subito un disagio familiare.
Quindi, non tutti i litigi tra madre e padre – per quanto deprecabili se fatti davanti ai figli – integrano il reato di maltrattamenti, ma solo quando diventano assidui, perseveranti e ininterrotti, sino a determinare un danno nei bambini.

tratto da qui

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